Giavazzi a Harvard
Viva la rupture del voto, ma entro settembre “ricomporsi”
“Saturn” permettendo – così si chiama la tempesta di neve che da ieri mattina investe la città di Boston – l’economista della Bocconi Francesco Giavazzi stasera sarà a Harvard per dire la sua sul “futuro dell’Italia e dell’Eurozona”. All’evento, organizzato dalla Harvard Italian Society che sabato scorso ha ospitato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, saranno relatori anche Luca Enriques, commissario della Consob fino alla metà dello scorso anno e ora passato all’accademia, e Marco Magnani, ex direttore generale di Mediobanca per l’Europa, poi 15 anni tra Credit Suisse e Jp Morgan.

“Saturn” permettendo – così si chiama la tempesta di neve che da ieri mattina investe la città di Boston – l’economista della Bocconi Francesco Giavazzi stasera sarà a Harvard per dire la sua sul “futuro dell’Italia e dell’Eurozona”. All’evento, organizzato dalla Harvard Italian Society che sabato scorso ha ospitato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, saranno relatori anche Luca Enriques, commissario della Consob fino alla metà dello scorso anno e ora passato all’accademia, e Marco Magnani, ex direttore generale di Mediobanca per l’Europa, poi 15 anni tra Credit Suisse e Jp Morgan. Si parlerà comunque in inglese, visto che il pubblico, se si escludono cervelli italiani espatriati (più o meno temporaneamente), sarà composto da ricercatori e professori del famoso ateneo e da rappresentanti bostoniani del mondo della cultura e della finanza invitati per l’occasione.
Il messaggio che l’editorialista del Corriere della Sera riferirà al pubblico riunito nella Dudley House, comunque, si annuncia piuttosto originale. “Queste elezioni sono un’occasione straordinaria”, anticipa Giavazzi al Foglio. Un altro esponente dell’establishment passato armi e bagagli nelle truppe dei grillini? Niente affatto. “Io continuo a vedere il problema dell’Italia come quello di un paese diviso essenzialmente in due settori. Da una parte le imprese che esportano, che vanno benissimo. Dall’altra quelle che fanno parte di un settore non produttivo, protetto da posizioni di rendita che impediscono il naturale ricambio nel mercato. Se non si rompe questo equilibrio, il paese non riprenderà a crescere”. Questo non pare il problema che assilla Pier Luigi Bersani, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi in queste ore: “Grillo è soltanto ‘noise’ (rumore, ndr). Tuttavia ha reso evidente che questa classe politica è passata. Incluso Berlusconi che non ha mai proceduto fino in fondo sulle riforme, arretrando per esempio davanti ai veti della Cgil. Mentre Monti non ha ridotto di un euro la spesa pubblica. Con una vittoria di Bersani alla guida di un governo tradizionale, l’equilibrio attuale non si sarebbe rotto”. Rimane il problema della piattaforma economica di Grillo, per esempio, che non fa presagire un’iniezione di liberismo nel corpaccione italiano: “Spero si rivoti a giugno, anzi sicuramente sarà così e allora avremo un governo stabile, probabilmente del Pd”. Un Pd nel frattempo cambiato, questo è il sottinteso del professore.
Il messaggio che l’editorialista del Corriere della Sera riferirà al pubblico riunito nella Dudley House, comunque, si annuncia piuttosto originale. “Queste elezioni sono un’occasione straordinaria”, anticipa Giavazzi al Foglio. Un altro esponente dell’establishment passato armi e bagagli nelle truppe dei grillini? Niente affatto. “Io continuo a vedere il problema dell’Italia come quello di un paese diviso essenzialmente in due settori. Da una parte le imprese che esportano, che vanno benissimo. Dall’altra quelle che fanno parte di un settore non produttivo, protetto da posizioni di rendita che impediscono il naturale ricambio nel mercato. Se non si rompe questo equilibrio, il paese non riprenderà a crescere”. Questo non pare il problema che assilla Pier Luigi Bersani, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi in queste ore: “Grillo è soltanto ‘noise’ (rumore, ndr). Tuttavia ha reso evidente che questa classe politica è passata. Incluso Berlusconi che non ha mai proceduto fino in fondo sulle riforme, arretrando per esempio davanti ai veti della Cgil. Mentre Monti non ha ridotto di un euro la spesa pubblica. Con una vittoria di Bersani alla guida di un governo tradizionale, l’equilibrio attuale non si sarebbe rotto”. Rimane il problema della piattaforma economica di Grillo, per esempio, che non fa presagire un’iniezione di liberismo nel corpaccione italiano: “Spero si rivoti a giugno, anzi sicuramente sarà così e allora avremo un governo stabile, probabilmente del Pd”. Un Pd nel frattempo cambiato, questo è il sottinteso del professore.
Professore, in uno dei suoi ultimi editoriali apparsi sul Corriere della Sera, firmato in tandem con Alberto Alesina lo scorso 22 gennaio – l’ultimo è del 3 febbraio –, lei difendeva Monti dalle accuse di chi imputava al governo tecnico di aver aggravato la recessione a colpi di austerity. Eppure la reazione alla politica economica vigente sembra aver giocato un ruolo importante nell’orientare gli elettori. “No, ritengo che gli italiani abbiano votato Grillo essenzialmente perché stanchi della corruzione. Questo stato di cose, unito all’impatto della crisi, diventa infatti insopportabile”. Certo è che Monti non ha tratto giovamento dalle politiche di rigore. Tra gli elettori all’estero la sua Lista civica è andata bene, ma in Italia si è fermata al 10 per cento: “Agli occhi degli italiani all’estero Monti ha il merito indiscutibile di aver ristabilito buona reputazione e immagine del paese. Ma la politica è una cosa difficile e, a meno di casi straordinari come quelli di Grillo oggi o di Berlusconi nel 1994, non la si inventa in un mese. Monti è una bravissima persona, ma mettere insieme quattro amici in una lista subito prima del voto è un po’ naïf”, dice Giavazzi.
L’attuale “equilibrio instabile”, è il senso del ragionamento dell’economista, potrebbe far ravvedere un po’ tutti, tecnici inclusi. I mercati per un po’ mostreranno anche comprensione, come ha detto ieri il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. “Soltanto fino a settembre, però”, dirà oggi Giavazzi ai suoi interlocutori. “Dobbiamo accelerare il processo di stabilizzazione prima che si voti in Germania, infatti. Sicuramente rivoteremo prima di allora, o almeno lo spero, magari già a giugno. Infatti, se Angela Merkel vincerà le elezioni, è probabile che imporrà un salto di qualità al processo d’integrazione europeo. Così non si può più andare avanti. Verranno messe sul tavolo l’unione fiscale e la condivisione del debito tra i paesi dell’euro”. A quel punto, conclude Giavazzi, si vedrà chi potrà stare a condizioni sicuramente più impegnative. “La Grecia forse dirà ‘no’. Noi ci dovremo far trovare pronti, a quel punto, con un governo stabile”.